Thursday 09 September 10 - 23:47

"Lourdes", un viaggio tra speranza e realtà

Asciutto e problematico film dell'austriaca Jessica Hausner, leopardiano nella concezione della vita, con le lezioni evidenti di Bresson e Bunuel e tocchi leggeri alla Tati.

Presentato con successo all’ultimo Festival di Venezia, "Lourdes" della regista austriaca Jessica Hausner descrive il pellegrinaggio di milioni di fedeli che ogni anno raggiungono la città francese nella speranza di una soluzione miracolosa quando ormai la ragione e la scienza negano ogni possibilità di guarigione.
La città di Lourdes, visitata ogni anno da 10 milioni di persone, rappresenta l’ultima 'spes' di un lungo percorso doloroso che vede nel trascendente l’unica via per tornare a una vita "normale". Ma il film non vuole solo trattare l’infermità fisica, ma estendere anche il concetto di malattia alla sfera spirituale. Afferma infatti la regista: "Sia la malattia che il miracolo sono intesi in senso metaforico. La malattia è presente sotto forma di persone affette da sclerosi multipla o paralisi, ma anche in quella più spirituale di malattia dell'anima, male di vivere la propria vita e i limiti che essa ci impone".
Uno dei pregi del film è di non prendere una posizione né fideistica né laicista, e questa qualità gli è stata riconosciuta in due premi che sembrano apparentemente contraddittori: il cattolico Premio 'Signis' 2009 («per le problematiche umane che solleva») e l’ateo Premio 'Brian' 2009, «per l’approccio razionalista al tema del miracolo».
Nell’ovattata atmosfera di pietas che si respira, nell’immagine dei disabili così amorevolmente assistiti, dove sembra trionfare la solidarietà e l’amore per il prossimo, vengono alla luce dubbi, sofferenze, disincanti, egoismi, invidie che permeano tutto il microcosmo che ruota intorno alla cittadella della speranza. La ricerca della felicità è un passaggio obbligato che costringe indistintamente tutti alla sofferenza, e non sempre il male fisico è l’unico ostacolo alla realizzazione delle nostre aspettative. Tra le due parti, i disabili e i "normali", c’è un solco molto profondo, da un lato la chiesa attraverso i suoi ministri non sa dare altro che risposte scontate e prevedibili, dall’altro la parte laica è completamente disillusa, tanto che nei momenti di pausa gli assistenti passano il tempo giocando a carte e raccontando barzellette blasfeme. Questo è sicuramente un momento in cui sentiamo l’influenza di Bunuel sulla formazione della regista. Ma non sarà l’unico.
La protagonista, Christine, interpretata da una ottima Sylvie Testud che è stata candidata alla Coppa Volpi, è una paraplegica che cerca di uscire dall’isolamento, da una vita di emarginazione cui la malattia la condanna. Tra i pellegrini, tutti in attesa del miracolo, è l’unica che non nutre speranze di guarigione, il suo vero scopo è quello di socializzare con gli altri. Non è animata da spirito cristiano, confessa di provare invidia verso le persone "normali" e nessuna pietà verso gli altri malati che stanno peggio di lei. Ma sarà proprio lei, paradossalmente, ad essere oggetto del miracolo tanto atteso da tutti, l’unica ad alzarsi dalla sua carrozzina negli ultimi giorni del soggiorno, l’unica a vivere quella vita normale che aveva sognato, a fare una gita in montagna e a intrecciare una relazione con un volontario dell’Ordine di Malta di cui si era invaghita.
La reazione degli altri è sorprendente, si manifesta con un diffuso scetticismo che nasconde un’invidia profonda; non c’è solidarietà tra di loro, ma prevale l’egoismo, ognuno si sente vittima di una profonda ingiustizia. L’intuizione di Hobbes, secondo alcuni ripresa addirittura da Plauto, "homo hominis lupus", è qui pienamente confermata, la predicazione cristiana dell’amore per il prossimo, proprio in un luogo consacrato come Lourdes, non riesce a scalfire la natura egoista dell’uomo.

Anche il film, in verità, lascia il dubbio, come già accaduto in altri casi, che la guarigione sia solo temporanea e che quei giorni felici potrebbero rivelarsi una atroce illusione. "La malattia è una metafora che racconto come un handicap dell’anima. Nella vita, questo è il messaggio, non si può avere tutto quello che si vuole. E riesco persino ad abbracciare la crudeltà, espressa dai pellegrini, che non si vedono esaudire le loro preghiere", afferma la Hausner, per la quale la città dei Pirenei rappresenta solo una vana illusione, fatta più di suggestioni e condizionamenti psicologici che di realtà.

Bella, ma molto crudele, ci sembra la scena finale, con una festa danzante in cui si lanciano goffamente i "normali", preti e suore compresi, sulle note di una canzone popolare che canta di felicità in un luogo di grande sofferenza e solitudine; note che appaiono stonate per tutti, perché in fondo, ci dice il film, è la vita stessa, senza distinzione per nessuno, a essere un percorso doloroso alleviato solo da false illusioni e ingannevoli speranze. Non diceva le stesse cose più di due secoli fa anche Giacomo Leopardi?
Il pregio della pellicola è di aver trattato un tema così difficile con mano leggera, con momenti di ironia che ricordano Tati, mentre, per lo stile asciutto e scarno, appare evidente la lezione di Bresson, senza dimenticare il Bunuel di "La Via Lattea". Il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e il pellegrinaggio della speranza a Lourdes sono uniti dalla disperata ricerca della Fede, di una Fede incrollabile, unica via di salvezza per l’uomo.
In questa stagione, in cui assistiamo al trionfo del cinema spettacolare, con i record di incassi battuti a ripetizione, il film della Hausner rappresenta una boccata d’aria pura, con la dimostrazione che è ancora possibile fare cinema senza budget mostruosi, senza scene spettacolari, ma solo con la forza delle idee che stimolino una riflessione sulla condizione umana, che nessuna tecnologia, per quanto avanzata, potrà mai cambiare.

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