Tuesday 07 September 10 - 04:03

"A Serious Man": i Coen nel cuore dell'irrazionale
Un'opera "schopenhaueriana" espressa con limpido e minaccioso linguaggio di puro cinema.
Schopenhaueriano. E sul piano della costruzione cinematografica, attraversato da una "insostenibile leggerezza dell’essere".
"A Serious Man", opera numero 14 di Joel ed Ethan Coen, appare come il film più aspro, più attonito dei fratelli di Minneapolis. Sembrerebbe attingere a "Il mondo come volontà e rappresentazione" del grande tedesco Arthur Schopenhauer, facendo però a meno del passo finale proposto dal filosofo (la "salita" e la liberazione dell’uomo verso l’ascetico Nirvana), bensì fermandosi al nevralgico centro irrazionalistico e anti-idealistico della sua concezione: il mondo e la vita concepiti come espressione di volontà irrazionale, l’uomo come fenomeno fra gli altri fenomeni, un vivere travolto dal non-senso e in balìa di eventi non catalogabili, non preventivabili, dall’uomo non afferrabili.
Il fatto sostanziale è che il film ammanta di tragico una vicenda che i Coen tengono interamente sull’assurdo in toni da commedia nera e stralunata: un pamphlet, un libello tutto giocato sul non-sense, su un umorismo che si salda immediatamente con il sentimento dell’irrazionalità come dato insuperabile dell’esistere, su un ridicolo che ti prende e non ti lascia più perché dato finale e insuperabile. Con quelle inquadrature conclusive, aperte - il sopraggiungere di un nero, squassante nubifragio; la telefonata del medico al protagonista che lo invita subito a recarsi in ospedale per essere sottoposto ad approfondite analisi - destinate a tutto lasciare in un caos non comprensibile, non razionalizzabile.
Il film è ambientato in un angolo di profonda America provinciale degli anni Sessanta, precisamente nel 1967; qui le radici ebraiche dei Coen trovano le loro rimembranze in una comunità ebrea a cui la vita quotidiana porta modificazioni inaspettate, alle quali i tre rabbini interpellati dal protagonista sui significati e i valori della sua "strana" casistica esistenziale non riescono ad offrire risposte chiare, definitive. Quello cinematografico dei Coen, usando ancora una tipica espressione schopenhaueriana, appare come un "puro occhio del mondo", straniato e filosoficamente "perplesso" tra le righe veloci e molto godibili di un racconto "leggero", comico-metafisico, con momenti di una semplicità che trasuda da se stessa brividi di ordinato, geometrico non-sense: pensiamo alla sequenza di quando il protagonista sale sul tetto della sua casetta e si guarda attorno, tutto uguale e finto (torna in mente l’ambientazione del Lars von Trier di "Dogville", ma anche quella in bianconero chiuso e finto di "Pleasantville" di Gary Ross), deserto e silenzioso, casette uguali e pulite, vie ordinate, come in una scacchiera di cartone.
I Coen vanno oltre la riflessione per vie umoristiche e stralunate sull’assolutezza a-temporale di una cultura millenaria, calata nel Mid West americano del 1967 e coinvolgente il professore di fisica Larry Gopnik uomo ordinario travolto da guai e da domande senza risposte, caduto in un vuoto di senso dal quale neppure i rabbini sanno sollevarlo (il più anziano, il rabbino Marshak, gira anzi la sua "lingua" morta nella scoperta di quella rock dei Jefferson Airplane…). Superano questo sostrato yiddish che ha influenzato la loro infanzia e che pure innerva tutta l’opera; vanno oltre, in una dimensione di assurdo che improvvisamente ti sconvolge la vita ordinatissima e ti porta in una regione di stallo dove l’uragano che sta arrivando è un segno metafisico trasformato in limpido e minaccioso, conturbante linguaggio per immagini.

RENZO GILODI