Tuesday 07 September 10 - 04:06

"Tra le nuvole" in agrodolce sull'uomo d'oggi

Commedia brillante ed insieme amara di Jason Reitman con un grande George Clooney in stile Cary Grant.

"Tra le nuvole", terzo film di Jason Reitman, già vincitore del festival di Roma con "Juno", approda in questi giorni sui nostri schermi.
Si tratta di una commedia (anche se la definizione può sembrare riduttiva) che si inserisce ad alti livelli nel miglior filone del genere, con cui ha in comune la brillantezza dei dialoghi e della sceneggiatura, per la quale ha vinto il Golden Globe, anche se avrebbe meritato di più, ma a cui aggiunge una dose di cinismo e amarezza, un gusto più agro che dolce, specchio di una società in crisi in cui le certezze faticosamente acquisite si rivelano ingannevoli e la verità, alla fine, ha sopravvento sulla finzione.
Una commedia sulla solitudine, sul peso insopportabile delle responsabilità, sui fardelli che ci dobbiamo caricare sulle spalle che il protagonista considera come zavorra che ci impedisce di essere liberi e felici, e che risultano tragici quando la crisi economica ci mette improvvisamente su una strada senza uscita.
Ryan Bingham, solo, senza amici, allergico ai rapporti familiari, senza legami di nessun genere insomma, teorico anche in una serie di conferenze della leggerezza come unica via alla felicità, è un George Clooney in gran forma, un tagliatore di teste, l’uomo cioè cui viene affidato l’ingrato compito di licenziare i dipendenti delle società in crisi. I suoi colloqui con i licenziandi, molti dei quali sono interpretati non da veri attori ma da vittime di veri esoneri, sono permeati da un misto di cinismo e falsa umanità conditi da una filosofia da strapazzo: bello, elegante, tenero, addirittura paterno, ma deciso e implacabile nel compiere la sua missione, Ryan non entra mai in crisi con la sua coscienza perché la sua vera vita, come un angelo della morte, è tra le nuvole e non sulla terra. Il lavoro lo obbliga a viaggiare per trecentoventi giorni all’anno in aereo per tutti gli States. Gli aeroporti e gli anonimi e asettici hotel di lusso diventano così la sua casa, e tutto il suo mondo è racchiuso in un piccolo trolley, unico compagno di viaggio.
Ha un solo obbiettivo, raggiungere il traguardo di dieci milioni di miglia che gli aprirebbe le porte di un assurdo club esclusivo con il diritto a una foto sulla fiancata di un aereo della compagnia. Viaggia molto, ma in pratica rimane fermo vedendo sempre lo stesso posto: gli aeroporti, gli alberghi, gli uffici delle società sono i confini di un piccolo mondo che non varca mai.In un certo senso ci ha ricordato "The Truman Show", e il suo mondo irreale.
Ma, come nella migliore tradizione, questo equilibrio viene turbato dall’elemento dirompente per eccellenza: la donna. In un bar del solito hotel ovattato aggancia una manager, Alex, interpretata da una affascinante Vera Farmiga, una donna che sembra la sua versione al femminile. Non è facile per Ryan resistere al suo fascino, e questo sarà il primo colpo di piccone alle sue certezze, fino a quel momento incrollabili.
Grande viaggiatrice, come lui libera e senza legami, refrattaria alle liaisons amorose, disposta solo a rapidi mordi e fuggi senza conseguenze, dopo i primi approcci viene conquistata non dal fascino dell’uomo ma dal confronto delle rispettive carte di credito e delle tessere delle compagnie aeree con i bonus inclusi. Non a caso, nel film, non compare mai il denaro liquido, sarebbe troppo arcaico per la coppia, ma solo denaro virtuale, un po’ come la loro vita impersonale, fatta solo di computer, videoconferenze e badge come status symbol. Il corteggiamento nel ventunesimo secolo non avviene più in un’atmosfera romantica come nel passato, ma si svolge in un anonimo bar, tra freddi simboli di potere.
E’ una scena in cui emerge chiaramente il vuoto che li circonda, è chiaro che per ambedue l’unico interesse e valore nella vita è costituito dal lavoro. Infatti il protagonista confessa che i giorni più tristi dell’anno sono quelli che deve passare in casa, in attesa di riprendere l’attività lavorativa, unica realtà esistenziale che conosce.
Esemplare, per comprendere il rapporto tra vita reale e il guscio rassicurante e protettivo in cui si è rinchiuso, è la descrizione dei rari momenti in cui il protagonista ritorna nel suo piccolo alloggio, quasi una riproduzione di una camera d’albergo, e dal suo comportamento come se veramente lo fosse: riempie il bicchiere del lavandino con lo spazzolino, l'armadio vuoto con le camicie, il frigorifero con le bottigliette fornite negli hotel.

La seconda donna, Natalie, interpretata da una bravissima Anna Kendrik, è una giovane e brillante neo-laureata, che convince la compagnia a tagliare sensibilmente i costi, comunicando, senza dispendiose trasferte, il licenziamento in videoconferenza. La scelta dell’azienda di attuare il metodo proposto dalla giovane "ottimizzatrice", anche se in via sperimentale, mette in crisi il protagonista che vede il rischio di perdere il suo mondo e fallire l’unico obbiettivo che si proponeva nella vita.
Ma ormai la corazza che si era costruito comincia a cedere, il rapporto con Alex prende sviluppi imprevisti, il matrimonio della sorella, cui è costretto a partecipare accompagnato dalla manager come fossero una coppia vera, lo porta a un riavvicinamento alla famiglia, dove ricopre, suo malgrado, un ruolo fondamentale: convincere il futuro cognato, che per paura, il giorno delle nozze, vuole rinunciare al matrimonio, dell’importanza nella vita di un uomo della famiglia e delle sue gioie. Il discorso è l’esatto contrario delle teorie che hanno improntato tutta la sua vita, tuttavia riesce a risolvere brillantemente la situazione. E’ solo un discorso dovuto alle circostanze o le sue teorie incominciano a sgretolarsi?
Probabilmente è incominciata la fase di atterraggio, e la cosa risulta più evidente quando riceve l’agognato traguardo dei dieci milioni di miglia: la sua reazione non tradisce la gioia ma è intonata alla confusione e al dubbio, come se si rendesse finalmente conto della vacuità dell’obbiettivo che si era prefissato. Paradossalmente, nello stesso momento in cui la corazza incomincia a cedere, abbiamo la conferma delle sue teorie: per tutta la vita è stato felice senza legami, leggero come l’aria, ma adesso è arrivato il momento di caricarsi, come tutti, di quei pesi che ha sempre schivato, si rende conto che non si può sfuggire con semplici escamotage alla realtà, capisce che, prima o poi, il conto da pagare arriva per tutti. I successivi sviluppi edulcorano un po' il cinismo di partenza. La stessa giovane neolaureata in seguito a tragici eventi di cui si sente responsabile, rinuncia ad un’attività che la pone in conflitto con la propria coscienza.
In questi anni di trionfo della comunicazione, non a caso si parla di "villaggio globale", l’uomo è sempre più solo, il fenomeno dei singles aumenta in maniera inarrestabile, forse questa società tecnologica sempre più alienata non riesce a sostituire i valori del passato con altri, dando solo l'illusione di essere felici senza rendersi conto che in fondo l'Homo Sapiens è più vicino a noi di quanto crediamo.
Fotografia, musica e montaggio sono all’altezza del film, esaltato dall’interpretazione di George Clooney, a nostro parere nella sua migliore performance (non sembri blasfemo il paragone che molti hanno fatto con Cary Grant), e di due bravissime coprotagoniste, Anna Kendrik e Vera Farmiga, vere rivelazioni del film. Due attrici di cui sentiremo ancora parlare.

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