Tuesday 07 September 10 - 04:07

Eric Rohmer (il cinema) e "Avatar" (il cinematografo)



Se ne va Eric Rohmer, mentre tromboneggia "Avatar" di James Cameron. Se ne va un pezzo immortale di cinema, mentre invade il mercato un pezzo super-spettacolare, super-tecnologico, super-virtuale, super-computerizzato, super-tutto di cinematografo. Una cosa è arte cinematografica, un’altra è (pur meraviglioso) spettacolo visivo.
Tra un Rohmer e un Cameron esiste una differenza qualitativa chiara, evidente: l’uno è (è stato) un autore di grandissimo cinema (oltre che letterato, critico, organizzatore culturale, tra i mitici fondatori dei "Cahiers du Cinéma"); l’altro è un favoloso mestierante circondato da équipe e tecnologie pazzesche, intriso di grafica computerizzata, di tecniche digitali, di stereoscopia ai massimi livelli, di 3D da gustare appieno con gli speciali occhialini. Una cosa è arte, o meglio autentico linguaggio per immagini, creativo, problematico; l’altra è spettacolo sparato per il godimento (effimero) di enormi platee internazionali.
Cinema anche questo? Diremmo che si tratta di un ben diverso linguaggio. Tra un "Ma nuit chez Maud" o "La collectionneuse", un "L’amour l’après-midi" o "Pauline à la plage", un "La femme de l’aviateur" o "Le rayon vert", un "Conte d’automne" o "La Marquise d’O…" e le sparate pirotecniche di Cameron c’è la differenza qualitativa che esiste tra cinema alto o basso, di genere o d’autore, classico o d’avanguardia, ma sempre cinema, e cinematografo come semplice e insieme complessissima manipolazione di tecniche sempre più estreme, sempre più roboanti. Da fare spettacolo, spettacolone, spettacolissimo, ma non cultura per immagini (come viceversa aveva prodotto nel 2009 lo splendido, filmico, rétro "Star Trek" di J.J.Abrams).

Renzo Gilodi

cerca