Tuesday 07 September 10 - 04:05

Ricordando Sergio Leone
Un mito per la continua volontà di cercare sempre nuove strade e nuove sfide, di mettersi in gioco come solamente i grandi.
Abbiamo già parlato della crisi del nostro cinema e della supponenza dei cineasti italiani che non fanno tesoro del nostro passato, ma trascurano la lezione che viene dalla nostra storia.
Questo atteggiamento è testimoniato chiaramente dal modo in cui è passato sotto tono, lo scorso anno, il ventennale della scomparsa di Sergio Leone. Il suo ricordo appare oggi, in Italia, alquanto sbiadito, soprattutto non gli viene perdonato il successo popolare che una certa critica considera non un merito ma una colpa. Come se la fruizione di opere impegnate dovesse essere patrimonio esclusivo di una ristretta élite, l’unica in grado di cogliere il "Messaggio" del cinema d’autore. A questo proposito giova ricordare che in Italia, per gli addetti ai lavori, il Festival di Venezia ha rappresentato la vera e unica vetrina dell’arte cinematografica, mentre il Festival di Cannes, guardato dall’alto in basso, è stato considerato la vetrina del cinema commerciale.
Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti, e non gioca certo a nostro favore.
Infatti, Leone è stato celebrato come meritava al Festival di Cannes, mentre da noi, sia a Venezia che a Torino e Roma, la commemorazione è avvenuta in tono minore, quasi fosse un atto dovuto da assolvere malvolentieri. Sarà forse il caso di ricordare, specie ai giovani, i meriti di un regista le cui opere hanno influenzato la produzione internazionale.
Leone inizia la carriera nel periodo in cui a Cinecittà gli americani girano i kolossal come "Quo Vadis", "La Tunica" e ""Ben Hur". La cosiddetta "Hollywood sul Tevere" che darà alla fine degli anni ’50 lo spunto a Fellini per "La Dolce Vita".
Sono dieci anni di esperienza, spesso come regista della seconda troupe, che lo porteranno alla padronanza del linguaggio cinematografico di cui sono carenti i nostri giovani, convinti, dopo il primo film, di essere entrati nell’olimpo artistico. Una mancanza di umiltà che produce opere mediocri, tecnicamente insufficienti, recitate in modo approssimativo, che non riescono a uscire dai nostri confini. E quando vengono scelti per rappresentare il nostro paese nelle grandi manifestazioni, non vengono neppure ammessi, vedi "Baaria" di Tornatore.
Leone, nel ’64, con un budget limitato, firma il suo primo western, "Per un pugno di dollari", girato per motivi economici in Spagna: nasce il filone degli Spaghetti-Western. Protagonista Clint Eastwood, oscuro attore di telefilm americani, l’unico a comparire con il suo vero nome, mentre tutti gli altri, dagli interpreti ai tecnici (Morricone vi appariva come Dan Savio, Volontè come John Wells) ricorrono a nomi di fantasia. Leone si firma Bob Robertson, in omaggio al padre Roberto Roberti.
La nuova linfa che rivitalizza il genere, che soffre di una grave crisi, è costituita da una rappresentazione più realistica del mito della frontiera, meno oleografica, in cui i confini tra buoni e cattivi sono sempre più sottili; i protagonisti vi appaiono con la barba incolta, i vestiti pieni di polvere, e la puzza di sudore che li accompagna sembra avvolgere fisicamente lo spettatore. Sono quasi sempre degli antieroi, astuti e senza scrupoli, che lottano per la sopravvivenza senza nessuna morale. Il western, grazie a Leone, vive così una seconda giovinezza ottenendo successo anche negli Stati Uniti, padri del genere. Tra gli elementi di novità, l’uso del mito, come da lui stesso ammesso: "Il cinema dev'essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito".
L’alternanza di primissimi piani a spazi sterminati, i silenzi così eloquenti e carichi di significati, la mancanza di qualsiasi retorica, la violenza solo apparentemente gratuita, sono altre peculiarità che lo caratterizzano. Il successo internazionale è tale che Quentin Tarantino, agli esordi, per spiegare all’operatore una inquadratura chiedeva "datemi un Leone". I suoi film si impongono influenzando grandi registi come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Jonh Woo, Brian De Palma, Clint Eastwood, Sam Peckinpah, e per citarne solo alcuni.
Anche uno dei maggiori registi della storia del cinema come Stanley Kubrik si dichiarò debitore di Leone, confessando che senza gli "Spaghetti-Western" non avrebbe mai potuto realizzare "Arancia Meccanica". Il grande regista inglese lo chiamò addirittura durante la lavorazione di "Barry Lyndon2 per consultarsi sulla fusione tra immagine e musica, una delle numerose peculiarità in cui il regista italiano era maestro.
Se dovessimo scegliere una scena esemplificativa dello "stile Leone", tra le tante, ricordiamo l’incipit di "C’era una volta il West", caratterizzato da una estrema dilatazione temporale e dall’alternarsi di campi lunghi a primissimi piani: un silenzio assordante in una piccola stazione, rotto solo dal ronzio di una mosca che si posa sul volto di un cowboy che attende, sonnolento, l’arrivo del treno. Come in un film giallo, dove la musica e le inquadrature preparano il pubblico alla scena madre in un crescendo di agitazione emotiva, in Leone lo spettatore sente che, sotto l’apparente calma, e l’ inquietante ronzio di una mosca, unica colonna sonora, qualcosa di terribile sta per accadere e la dilatazione dei tempi è funzionale al crescere inarrestabile della tensione che attanaglia il pubblico. A questo proposito lo stesso Leone afferma: "Un minuto, un'ora, un giorno, un anno, una vita avevano assunto lo stesso valore nell'epica conquista della vecchia frontiera e io ho cercato anche di fare sentire questo diverso concetto del tempo".
Non ha purtroppo avuto la possibilità di iniziare un progetto coltivato da lungo tempo, una pellicola sulla battaglia di Stalingrado, per cui erano già stati presi gli accordi con il governo sovietico; ma il fatto stesso testimonia la sua volontà di cercare nuove strade, di cambiare pagina in cerca di nuove sfide, di mettersi in gioco come solo i grandi hanno il coraggio di fare.

SILVIO FARO