Tuesday 07 September 10 - 04:27

Il "cinematografo" visionario di "Baarìa"
Lungometraggio numero 10 di Giuseppe Tornatore: è tra i suoi meno coinvolgenti, più spezzettati, anche se nasconde nel fondo una conturbante filosofia di vita.
Ottimo cinematografo, non altrettanto cinema veramente superiore. In fondo ci pare proprio che stia in questa semplice ma sostanziale differenza la caratteristica predominante di "Baarìa", lungometraggio numero 10 di Giuseppe Tornatore: il "mio film più personale" come ha detto il regista; tra i sui meno riusciti, diciamo noi, meno coinvolgenti, due ore e 30 minuti di immaginifica stanchezza, anzi per meglio dire di freddo distacco e scarsa partecipazione di cuore e visione.
Grande spettacolarità, indubbiamente: ma poca vera invenzione/intuizione filmica, poca coerenza di visione di fondo intimamente legata ad un’idea profonda di cinema. Tornatore ci conferma più che mai nella nostra considerazione di lui: eccellente metteur-en-scène, astuto spirito internazionale benissimo accudito e fatto circolare, bravissimo veicolatore di immagini tra l’epico, l’emozionale, l’enfatico lasciato abbondantemente andare, il sentimentale; però rimanendo sempre, regolarmente, ogni volta, un gradino o due al di sotto dello scatto determinante verso l’autentica qualità autoriale, verso il capolavoro evidente e limpido, verso insomma la storia del cinema.
Spettacolo dunque, ma insufficiente intima sensibilità veramente da autore completo. Qui in "Baarìa" è poi proprio il discorso linguistico a risultare frastagliato, frammentario, irrisolto; c’è per 150 minuti un continuo accavallarsi, accumularsi di situazioni, di effetti, di coralità abbinata a macchiettismi e a individualità circolanti che fa di tutto il film una serie stilisticamente non omogenea di scene fondamentalmente staccate una dall’altra, nettamente suddivise e abbandonate dalle dissolvenze sul nero.
Il tono è quello dell’affresco collettivo sulla Sicilia d’un gran bel pezzo del ‘900, dagli anni Venti agli Ottanta, in cui s’inseriscono le vicende singolari di tre generazioni d’una famiglia di Bagheria (Baarìa è l’antico nome fenicio) in cui prende forma centrale la figura di Peppino che diventerà leader locale e poi deputato del partito comunista. Mafia e politica si intrecciano in oltre cinquant’anni di storia italica in cui passano il Fascismo, la Seconda Guerra, il momento del Referendum repubblicano, il potere democristiano, l’ascesa del socialismo. E in mezzo la storia di Peppino e Mannina, dalla loro infanzia e giovinezza al matrimonio contrastato al loro crepuscolo.
Questo "Baarìa" ci riporta come articolazione di spettacolo e ambientazione a "Nuovo cinema Paradiso", magari anche a "L’uomo delle stelle", due film in ogni caso superiori all’attuale super-produzione più industriale ed enfatica che, diremmo, intimamente sentita ed espressa. A questo punto ci sorge il convincimento che Tornatore abbia più strade di approfondimento aperte quando vada a toccare temi più ristretti e chiusi, serrati nell’analisi di un personaggio, di una singola esistenza: pensiamo a "Maléna", ma soprattutto pensiamo a quella che resta la sua opera probabilmente più intensa e interiormente lavorata, "La sconosciuta" (aiutato tra l’altro dalla grandissima interpretazione di Ksenia Rappoport, certo di tutt’altra dimensione rispetto alla innocente modestia di Margareth Madè, che vediamo nella foto, e Francesco Scianna qui in "Baarìa").
La "commedia epica", come la definisce lo stesso Tornatore, rimane in mezzo proprio a queste due dimensioni, senza amalgamarle in un superiore dettato ispirativo, lasciandole anzi evolversi autonomamente con ripetuti stacchi che danno continuamente spazio all’impressione di non armonizzarsi.
Certo è che con 20 milioni d’euro di budget, 200 attori, 20 mila comparse, 230 membri della troupe il signor Tornatore poteva anche concepire un kolossal ben più persuasivo, più personale, pur rivolto ai grossi mercati ma con un timbro di fondo meno oleografico, maggiormente problematico e identificabile. Non è, comunque, che in più di una pagina non sappia accedere a momenti "spessi" di significato, specie quando tocca la riflessione sul passato: pensiamo alla sequenza in cui il protagonista, emigrato a Parigi per lavoro, ha fatto ritorno a Bagheria, ha in mano la valigia nella via centrale del paese e gli viene chiesto "Dove stai partendo?" Nessuno, per tutto quel tempo, si era accorto della sua assenza. Oppure la sequenza degli affreschi dipinti sulla volta della chiesa con i volti operai e contadini della gente del luogo, che vengono inesorabilmente imbiancati e cancellati.
I vari "passaggi" storici della politica, fascismo, comunismo, democrazia, socialismo, sono affrontati in maniera descrittiva, sorpassati dalla vena epicheggiante, ed anche commediante, che innerva tutto il lavoro, con la partitura musicale di Ennio Morricone che questa volta sa di pedante e pomposo. Film essenzialmente di passione, che sorvola la Storia e le storie con un’estetica barocca e onirica in cui passato e futuro si rincorrono, intrecciano e ripropongono senza autentica e decisiva evoluzione, come in un circolo chiuso. E forse proprio qui sta il cuore tematico di "Baarìa", dalla metafora visionaria alla storia, il vero nocciolo pessimistico o fatalistico più nascosto e conturbante.