Thursday 09 September 10 - 23:46

Un calcio al pallone col "Piede di Dio"

Interessante film minimale e non riconciliatore di Luigi Sardiello.

Michele è un osservatore, che scova talenti da inserire nel grande calcio. In un paese della Puglia s’imbatte in Elia, un ragazzino con problemi psichici, che tuttavia è dotato di straordinarie potenzialità sportive. Dal rapporto con Elia tutte le solide certezze (cinismo, facile guadagno, opportunismo e calcolo) di Michele si dissolveranno come nebbia al sole.
Epopea del calcio capitolo finale. Luigi Sardiello, già direttore della rivista "Filmaker’s Magazine", non pensa ad altro. "Piede di Dio" è il film giusto e non riconciliatore nel momento sbagliato e infatti esce a fine agosto, come se fosse stato condannato ad un esilio dorato dal "sistema". Un sistema in cui diventano divi campioni strapagati che possono permettersi di offendere i tifosi e le partite truccate fanno salire le squadre ai vertici della classifica.
Se i palinsesti televisivi avessero avuto un maggior coraggio lo avrebbero messo in onda in prima serata come documentario didattico su cosa è diventato oggi il calcio e magari lo avrebbe anche prodotto la Rai. Ma è un film che fa male, anche se un motivo di consolazione possiamo trovarlo. Nel calcio inteso come business, meglio un perdente di mezza tacca come Michele che i beceri e logorroici processi televisivi di tanto e (sedicente) giornalismo sportivo. E a proposito di satire feroci preferiamo vederci dieci volte "Piede di Dio" che sorbirci i pistolotti delle telecronache fatte da commentatori faziosi.
Uno, vedendo il rapporto fra due perdenti, Elia e Michele (un Emilio Solfrizzi ormai pronto per cinema d’autore), non può pensare a quei freak che hanno dato vita al cinismo e alla cattiveria nei film di Dino Risi. Con un valore aggiunto: gli attori italiani qui non "recitano" ma sono spontanei, non urlano come nei film di Gabriele Muccino, perché Sardiello sa bene che gli spettatori non sono sordi e soprattutto sanno percepire le emozioni dagli sguardi e dai gesti, come accade nella sequenza in cui Elia sbaglia il rigore e Michele resta impietrito sugli spalti del piccolo stadio. Oppure in quella dove Elia alle giostre rischia di trasformarsi in un fenomeno da baraccone e il suo scopritore non sa che fare.
Il regista evita di filmare gli istinti più trucidi del calcio come quello delle tifoserie guerrafondaie o dei discorsi da bar sport, stile allenatore nel pallone oppure i templi dove si pratica lo sport più amato nel Belpaese, mostrandoci invece partite minimali sulla spiaggia pugliese e nei campetti di paese. Sardiello così focalizza il suo sguardo sui personaggi che agiscono dietro le quinte come il dottor Romano, che durante il provino di Elia sta incollato al cellulare, mostrando scarsa attenzione verso le doti atletiche del giovane. Per lui Elia non è una persona, ma soltanto un corpo che può produrre una lauta fonte di guadagno.
Pur utilizzando un criterio così restrittivo, il regista estende la critica al "vile denaro" anche a quelle che dovrebbero essere le anime più candide della storia, ossia gli stessi Michele e Vittoria, assuefatti ad una vita di vestiti griffati, cellulari costosi, problemi frivoli e locali alla moda.
Un film più di contenuti che di forma grazie ad una sceneggiatura che fa dell’essenzialità la freccia al suo arco e ha il coraggio di procedere al contrario, indicando quei temi dove la volgarità nel calcio suscita fortunatamente ancora riprovazione.

cerca