Friday 10 September 10 - 00:44

Il coraggio e la tragedia di Ida Dalser
Grande interpretazione di Giovanna Mezzogiorno in "Vincere" di Marco Bellocchio, con Filippo Timi nel doppio ruolo del giovane Mussolini e di suo figlio Benito Albino morto a soli 26 anni.
La vicenda di "Vincere" di Marco Bellocchio, che a Cannes ha rappresentato i colori dell'Italia e che la giuria di Isabelle Huppert ha del tutto ignorato, è chiusa tra due momenti ben definiti, significativi. Da un lato la scommessa che il giovane Mussolini, antimonarchico ed anticlericale, quello che strozzerebbe l'ultimo re con le budella dell'ultimo papa, fa sull'esistenza di Dio, dall'altro la fotografia affidata alla Storia del cardinal Gasparri e del duce che hanno appena posto la firma ai Patti Lateranensi. E' un mutamento, lungo l'arco di una quindicina d'anni, che tocca il privato ed inonda il pubblico, una genuflessione alla vecchia filosofia del "marciare non marcire", un ossequio al credo secondo cui "soltanto i paracarri non cambiano strada". Un'obbedienza alla ragion di stato.
Tra quei due momenti, ed oltre, Bellocchio, che qui, pur con qualche calo di tensione nella parte centrale del film, con qualche sottolineatura di troppo della tragedia, costruisce un film splendidamente teso, importante, lucido nell'esposizione dei fatti e mai in difetto nel scivolare in un sentimentalismo di comodo, giocato in maniera superba sui chiaroscuri della fotografia di Daniele Ciprì, passando robustamente, con i mezzi espressivi e con il racconto, con i sentimenti e con le immagini delle folle oceaniche ancora osannanti, dal pubblico al privato, rispecchia nella tragedia e nel tradimento di Ida Dalser la tragedia ed il tradimento di una intera nazione.
Una donna forte e decisa a tutto, mai sottomessa, intelligente, una laurea e frequentazioni parigine (donna Rachele la vedremo parlare amabilmente con le galline, nell'orticello di villa Italia), che conobbe Mussolini quando era direttore dell'"Avanti", che a lui si dette completamente, vendendo anche casa, mobili, la sua sartoria per procurargli quel denaro che gli sarebbe stato utile per dare alle stampe "Il popolo d'Italia", che da lui ebbe un figlio, Benito Albino, riconosciuto, che forse da lui venne sposata con rito religioso (il documento non fu mai ritrovato), negli stessi anni in cui già Rachele era entrata nella vita di Benito ed era nata Edda.
"Vincere" è la ribellione di Ida, la sua battaglia duranta vent'anni per essere riconosciuta moglie e madre, l'allontanamento forzato dal figlio, il suo internamento negli ospedali di Pergine prima e di San Clemente a Venezia poi, il suo belluino dimostrarsi sempre coerente, fermamente risoluta, contraria ai compromessi di comodo ed a quei medici che le suggerivano atteggiamenti diversi, "devi recitare il tuo ruolo di tranquilla massaia fascista", con uno sguardo di compassione contro quelle monache/carceriere che le bisbigliavano di accogliere le proprie sofferenze come la Vergine aveva accettato le sue ai piedi della croce.
Una donna che lottò fino alla fine, che morì con la sua lucidità di mente a 57 anni tra le mura di un manicomio, nel '37, senza aver mai potuto rivedere suo figlio (forse l'attimo più bello ed umano del film è lo sguardo di Ida che si riempie di lacrime, fisso sul telone bianco issato nel cortile del manicomio dove scorrono tra sorrisi e lacrime le immagini di Charlot e del suo monello braccato dal poliziotto e salvato dal vagabondo); lui, rapito alla madre ed a quel che gli restava della famiglia, affidato alla tutela altrui ed alle poche cure, si dice affettuose, dello zio Arnaldo, il fratello del duce, visse la sua solitudine nelle stanze del Carlo Alberto di Moncalieri, si immedesimò da adulto per il divertimento degli amici nei tic e nei gesti e nella voce possente del padre famoso, fu rinchiuso e morì nel manicomio di Mombello, nel Milanese, di "marasma" (così riportarono le cartelle cliniche) nel '42, a soli 26 anni.
Soprattutto nella prima parte Marco Bellocchio regala una storia narrata magnificamente, con furia, con la velocità del tratto, con la frazione continua, brevissima, zigzagante del montaggio di Francesca Calvelli, imprimendo sullo schermo con estrema sicurezza quel credo futurista ("la guerra sola igiene del mndo"), quella grafica cara al movimento, quelle tele che sono turbini; e nel turbinio di passioni e di infelicità intesse continuamente con tinte forti il melodramma tutto italiano, come si serve delle tante immagini dei cinegiornali dell'epoca, nelle piccole sale con un pubblico pronto a scattare in piedi per il saluto romano, che altro non sono, con la "loro" verità, che l'unico mezzo con cui Ida può rivedere il proprio uomo, come costruisce pari ad una lotta bestiale gli amplessi dei due amanti, laddove l'uomo è inquadrato dal basso, mettendo ben a fuoco una sguardo di dominatore che anche nella precisa occasione è perso in altri disegni.
Giovanna Mezzogiorno esprime con giusta durezza la caparbietà di una vita, ha le dolcezze dell'innamorata ed i furori della madre tradita, mostra l'orgoglio e la lotta che porta sino alla morte, ci prende a testimoni con il suo ultimo sguardo ormai rassegnato, posato sulla macchina da presa mentre passa veloce la scritta "il duce ha sempre ragione"; Filippo Timi tronfio e grandioso, malato di cinismo, vince nella "caricatura" del suo duce ed intenerisce come figlio abbandonato al sacrificio.