Tuesday 07 September 10 - 04:16

Percezioni visive e morali nei grandi film dell'Estremo Oriente
Il Far East Festival di Udine seduce con l'estrema vitalità delle cinematografie di Cina, Corea, Giappone, Taiwan, Indonesia, Thailandia.
Basta guardare con attenzione il comportamento del pubblico per rendersi conto di avere a che fare con un Festival davvero speciale. Lo spettatore al teatro "Giovanni" di Udine si premura di scoprire i trucchi ottici, le prospettive multiple, metamorfiche, anamorfiche, il rapporto fra realtà e finzione da comprendersi anche sul piano morale e non solo su quello visivo. Il palinsesto di 56 film si articola come di consueto attraverso i generi, in cui temi più ricorrenti sono la commedia sentimentale, la storia, il poliziesco metropolitano. Nel cinema asiatico abbiamo giochi percettivi intrinseci ai generi che quest’anno, all’undicesima edizione, hanno sedotto cinquantamila spettatori e milleduecento accreditati.
Il Far East udinese continua a tenere alta la bandiera del cinema popolare e dimostra che nei festival cinematografici come nel calcio la squadra vincente e valida non va toccata, soprattutto quando pensa veramente al cinema e non a divi che si pavoneggiano sul tappeto rosso. Il Festival del CEC ha ricordato a tutti che oggi le cinematografie veramente vitali sono quelle di Cina, Corea, Filippine, Giappone, Indonesia, Malaysia, Taiwan e Thailandia. Non tanto per la molteplicità di generi che affrontano le cinematografie suddette, quanto piuttosto per una libertà espressiva che poco lascia al caso.
Dopo un’apertura alla thailandese sotto il segno di Tony Jaa, il nuovo divo del cinema d’azione e il suo "Ong Bak 2" che dirige insieme allo stuntman Panna Rittikrai, continuazione del successo internazionale del 2003, la Corea si conferma come una fucina di talenti, che pur muovendosi nell’alveo dei generi cinematografici, finiscono per trascenderli completamente. Così miscelando l’inquietudine generata dall’ambivalenza delle istituzioni come quella scolastica ai meccanismi noir nascono gioielli come "Crush and Blush" della regista Lee Kyoung-mi, sceneggiato e prodotto dal genio Park Chan-wook ("Oldboy"), ossia la storia di una docente che perseguita il collega sposato di cui è innamorata. Delude non poco invece "Rough Cut", sceneggiato e prodotto da un altro maestro come Kim Ki-duk, thriller metacinematografico sul rapporto fra un bandito e un divo del cinema con qualche incongruenza narrativa. "The Good, the Bad and the Weird" di Kim Jee-woon, già successone in patria, non è solo il remake de "Il buono, il brutto, il cattivo", di cui hanno scritto in molti, ma ha come punto nevralgico della sceneggiatura la rassegnazione dei tre protagonisti all’assenza dell’amicizia virile in nome di una ricchezza, che resta nel fuori campo, soprattutto quando i nostri duellano alla fine nel deserto. Senza contare "A Frozen Flower" di Yoo Ha, un kolossal epico che si trasfigura progressivamente in un melodramma omosessuale torbido e psicanalitico, che fa dell’abnegazione un’etica di vita.
Il Giappone si difende subito alla grande con "Departures" di Takita Yojiro, premio Oscar come miglior film straniero e vincitore al Festival dell’Audience Award. Il film racconta di un violoncellista, che rimasto disoccupato trova un impiego presso un’impresa di pompe funebri. Il suo compito è quello di lavare e rivestire le salme prima di metterle nella bara, in una vicenda surreale che bilancia benissimo dramma e umorismo anche grazie ad un ottimo attore come il protagonista Motoki Masahiro.
Restando nel Sol Levante, non poteva mancare il cineasta più cult di quella zona come Takashi Miike, che con "Yatterman" non soltanto spara una potente bordata contro i cine-fumetti hollywoodiani pieni di implicazioni autoriali e politiche ma concepisce il cinema d’evasione intriso di pop, kitsch, serie Z e grottesco come teoria di un cinema commerciale, che intriga per la rielaborazione dei topoi dell’avventura e il gusto dell’eccesso.
Fra i film provenienti dall’Indonesia, "Fiction" della regista Mouly Surya ci è sembrato quello più azzeccato. Premiatissimo in patria, il film racconta di Alisha, una ragazza benestante che soffocata da un padre iper-protettivo, fa amicizia con Bari un inquilino del suo palazzo che scrive racconti basati sulla quotidianità. Tutto diventa pretestuoso dunque per mescolare i punti di vista del racconto filmico in un intreccio sobrio e insieme raffinato fra la realtà e la finzione appunto.
Hong Kong scende in campo con i suoi autori consacrati: Ann Hui, Tsui Hark, Wilson Yip, Herman Yau e Benny Chan che hanno dato un saggio della loro grandezza, imponendosi come vessilli di un cinema che non conosce le crisi creative di quello occidentale. Ann Hui, autrice del magnifico "The Way We Are", filma un dramma familiare dove le difficoltà della quotidianità (la madre si impiega in un supermarket per mantenere il figlio) sono finalizzate ad una docufiction che coniuga il linguaggio cinematografico con quello televisivo.
"All About Women" di Tsui Hark dimostra nuovamente che questo regista è uno dei grandi innovatori del linguaggio cinematografico fra la fine del XX secolo e l’inizio di quello successivo. Si tratta di una commedia sentimentale ed ipercinetica su tre diverse figure femminili, che include battute briose, scene madri a iosa come quella stile anni ’50 della meno bella del trio, corteggiata al ristorante da un codazzo di maschi e un cinismo che non lascia speranza a quelle donne moderne più dedite al lavoro che all’amore.
"Ip Man" di Wilson Yip è una cine-biografia del maestro di kung fu del titolo, che insegnò la disciplina al giovane Bruce Lee, interpretata con grande passione dai divi Donnie Yen e Simon Yam. Le straordinarie coreografie dei combattimenti del protagonista non mancheranno di essere studiate in sala montaggio dai furbi registi d’azione operanti nel cinema americano.
"Connected" di Benny Chan ("Rob B Hood" con Jackie Chan) è adrenalina allo stato puro con pennellate umoristiche. Qui un criminale deve stare incollato al cellulare per salvare Grace, una donna nel mirino di una banda di furfanti. Le sequenze di inseguimento si sprecano, ma tutto è meravigliosamente divertente.
Con "Beast Stalker" lo specialista del poliziesco Dante Lam ("Beast Cops") ci regala un thriller dal solido impianto drammaturgico che vede una simmetria fra un poliziotto in crisi e un delinquente di mezza tacca, che rapisce una bambina per disperazione. Poliziesco con sconfinamenti nella sociologia e ricerca di psicologie ben definite.
Il mattatore di "Connected" e "Beast Stalker" è Nick Cheung, nuova icona del thriller alla cantonese grazie a due capolavori di Johnnie To come "Breaking News" ed "Exiled". Poliziotto o malvivente, l’attore possiede una maschera ruvida ed espressiva capace però di sfumature e cambi di registro improvvisi. Ospite del festival, Nick Cheung è stato trattato dagli appassionati come se fosse George Clooney.
Nelle foto: in alto, il regista Dante Lam; sotto, l'attore Nick Cheung protagonista di "Beast Stalker" e "Connected".