Friday 10 September 10 - 00:35

Il secco dramma dei sentimenti di "Two Lovers"
Spietato e realistico fallimento dei sogni, in stile teatro americano anni '50, nell'opera di James Gray.
L’americano quarantenne James Gray è regista di grandi e duri noir e polizieschi, da "Little Odessa" a "I padroni della notte" con Robert Duvall. Adesso ha cambiato registro, tenendo però sempre l’attenzione sul dramma: questa volta, nell’eccellente "Two Lovers", raccolto nelle intimità personalistiche di un amaro percorso sentimentale. Per niente, fortunatamente, le cretinate e gli insopportabili svolazzi di troppe commedie sentimentali dell’ultimo cinema americano, ma una lineare storia realistica sull’essenzialità del sentimento amoroso, sul bisogno d’amore destinato a restare inappagato e a risolversi in un compromesso finale che dietro la finta felicità e la rassicurante normalità cela lo spietato fallimento del sogno.
E’ un rapporto a tre. Siamo a Brighton Beach, a Brooklyn. Leonard (uno splendido, intenso, carnalmente e interiormente debilitato e fragilissimo Joaquin Phoenix) abita con gli affettuosi, a lui vicini anche se un po’ soffocanti genitori (la madre è Isabella Rossellini, sempre molto brava e sempre più identica a mamma Ingrid Bergman) e lavora nella lavanderia del padre. Arriva da un tentato suicidio per una storia d’amore finita male, è abitato da crisi depressive, da instabilità, da indecisioni esistenziali. Due donne gli mutano radicalmente la vita: Sandra (Vinessa Shaw) è la ragazza desiderata per lui dai genitori, dolce e disponibile, pronta al fidanzamento; Michelle (Gwyneth Paltrow) gli irrompe nell’esistenza come un fulmine, è una nuova dirimpettaia dalla vita ben diversa rispetto a quella di Sandra, inquieta e inquietante, affascinante, legata ad un uomo sposato.
Leonard se ne innamora perdutamente, lei sembra esserne conquistata; progettano di fuggire lontano insieme per sempre, ma all’ultimo Michelle gli appare dicendogli di non poter abbandonare l’uomo che è con lei. Leonard rientra nella sua casa affollata di amici e di ospiti per una festa d’annuncio di fidanzamento con Sandra, e a Sandra, abbracciandola, dà l’anello che aveva acquistato per Michelle. Proprio l’abbraccio finale alla futura moglie che chiude il film, con lo sguardo fisso e perduto di Leonard, segna in chiave di veristica menzogna l’accettazione forzata di una realtà "minore", di una normalità senza illusioni di felicità e senza fughe nell’istinto.
Ispirato a "Le notti bianche" di Dostojewski, il film di Gray, dalla linearità molto controllata e benissimo accentrata sui personaggi, ci ricorda, anche per il tono narrativo e le ambientazioni, il teatro americano anni ’50 di Arthur Miller e Clifford Odets, la quotidianità intimamente drammatica del vivere, la normalità banale dei sentimenti, le psicologie frustrate senza angoli di fuga. Con qualche suggestione tipo "La finestra sul cortile" (i notturni dialoghi per telefono tra Leonard e Michelle che intanto si vedono e si desiderano dalle finestre di fronte affacciate sul cortile) e momenti che parrebbero richiamare attimi di voyeurismo polanskiano. Un dramma dei sentimenti legato alla inevitabile piccola relatività razionale del nostro vivere.