Tuesday 07 September 10 - 04:11

La memoria troppo corta del cinema

Lento oblio di grandi registi che sono stati pietre miliari e che pretendono memoria, primo fra tutti Eric von Stroheim.

Fin dalla sua nascita il cinema si è trovato tra due posizioni incompatibili: da un lato come produttore di utili rispetto all’investimento programmato e dall’altro come pura creazione artistica svincolata da esigenze commerciali. Questo aspetto ha sempre causato un acceso contrasto tra la produzione, che deve investire ingenti capitali, e l’artista che cerca di realizzare l’opera secondo le sue esigenze creative.
Sono due posizioni antitetiche che raramente trovano un punto d’incontro. La parte debole destinata a soccombere in questo braccio di ferro è sempre quella legata alla creazione artistica, mentre ha la supremazia chi controlla i mezzi di produzione. Non diversamente, anzi molto peggio, è accaduto nell’economia statalista dove il tallone di ferro dell’ideologia ha impedito la libera espressione mediante una censura preventiva che ha di fatto eliminato qualsiasi forma d’arte se non quella gradita al regime. Un esempio per tutti, le difficoltà incontrate da grandi registi come Ejzenstejin in Unione Sovietica.
Questa situazione ha spesso impedito a registi creativi di poter esprimere a pieno le loro potenzialità a vantaggio di quegli autori che, piegandosi a compromessi, adattavano le loro opere a un conformismo gradito sia ai produttori che al pubblico, poco incline ad accogliere novità stilistiche e problematiche più complesse.
Ci sembra giusto, allora, ricordare chi ha lasciato delle opere di grande importanza per la storia del cinema ma la cui carriera è stata di breve durata per il rifiuto di accettare imposizioni in contrasto con le proprie convinzioni. E’ il caso di Eric von Stroheim, autore di otto pellicole, regista maudit, ossessionato da un ideale di perfezione e realismo, che nelle sue opere descrive con toni accesi la brutalità maschile e la voracità femminile: la sua filosofia è racchiusa nell'affermazione "il pubblico vuole che gli si mostri la vita vera come quella che gli uomini vivono: aspra, nuda, disperata, fatale. Io ho intenzione di imbastire i miei prossimi film sulla ruvida stoffa dei conflitti umani...". Von Stroheim rivisita il melodramma cinematografico da un'ottica mitteleuropea denunciando la follia e il cinismo dei potenti, e le miserie delle classi subalterne.

In un’intervista ai Cahiers du Cinema, Abel Gance, così lo definisce: "Un genio, un uomo di immense capacità che è stato messo nell’impossibilità di nuocere, costretto per vivere a fare l’attore agli ordini di registi mediocri". Questa affermazione è vera solo in parte, se pensiamo alle interpretazioni in "La grande illusione" di Renoir e in "Viale del tramonto" di Wilder, per il quale ebbe la candidatura all’Oscar.
All’inizio della carriera Von Stroheim lavora come interprete in "Nascita di una nazione" di Griffith che in seguito gli propone il ruolo di attore e aiuto regista per "Intolerance". Importante sarà l’influenza che il grande regista americano avrà su di lui. Ufficiale di cavalleria nel paese d’origine, l’Austria, entra a far parte dell’esercito americano. In seguito, a causa del suo aspetto severo, interpreta all’inizio della carriera ruoli di nobile ufficiale austriaco o tedesco, soprattutto con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale contro l’impero austro-ungarico. Ovviamente nel ruolo del cattivo, cliché che lo accompagnerà per tutta la carriera. Esordisce come regista nel 1918 con "Mariti ciechi" di cui è anche interprete. Il grande successo gli procura un contratto con la Universal che gli permette di realizzare uno dei suoi capolavori, "Femmine Folli". Previsto per una durata di tre ore, viene ridotto a meno di due da un montaggio che ne stravolge il significato.
La cura maniacale per i particolari, le numerose ripetizioni delle scene per imperfezioni minime, i tempi di ripresa che aumentano in modo imprevisto, contribuiscono a una lievitazione dei costi che lo pone in netto contrasto con la produzione, che opera drastici tagli al girato. "Rapacità" ("Greed") del 1924 viene pesantemente mutilato uscendo in una versione di due ore.
Ma è l’anno successivo con il successo commerciale di "La vedova allegra" del 1925 che la produzione gli permette di girare "Sinfonia Nuziale" in piena libertà. Secondo Sadoul questo film è "uno dei massimi capolavori dello schermo". Alla fine però gli scontri con i produttori portano la "Metro" ad affidare a Von Stenberg un montaggio che ne stravolge la struttura, costringendo l’autore a impedire l’uscita del film negli Stati Uniti.
Ancora più tormentata è la storia un altro film, "La regina Kelly", di cui è interprete e produttrice una grande diva del muto, Gloria Swanson, ma che per i tempi lunghi licenzia il regista e interrompe il film, terrorizzata anche dall’imminente avvento del sonoro.
Stroheim, come si è detto, viene influenzato da Griffith; la sua concezione del cinema è grandiosa, con scenografie enormi e accurate fin nei minimi particolari, utilizza tra i primi il grandangolo, poco usato dai suoi colleghi, per ottenere la profondità di campo necessaria ad arricchire la scena di significati più articolati e complessi, spesso contraddittori, che se da un lato obbligano lo spettatore a una maggiore attenzione, dall’altro rendono più ricca e stimolante la visione dell’opera.
In un altro suo capolavoro, "Rapacità", ricostruisce, con grande dispendio di mezzi, una strada di San Francisco come appariva nel secolo precedente; analogamente più di trent’anni dopo farà Federico Fellini in "La dolce vita", ricostruendo via Veneto negli studi di Cinecittà, suscitando però anche lui le ire dei produttori per i costi eccessivi dei suoi film. Ricordiamo che anche Fellini ebbe difficoltà a realizzare i progetti nonostante il successo di critica e di pubblico, e che certe pellicole non videro mai la luce per mancanza di finanziatori.
Ma il linguaggio cinematografico di Stroheim influenzerà anche un altro grande, Orson Welles, soprattutto nell’uso del grandangolo come mezzo creativo. Non a caso anche Welles avrà le stesse difficoltà nei rapporti con la produzione, anche i suoi film subiranno la stessa sorte di essere drasticamente ridotti da modesti mestieranti che ne snatureranno il significato. Welles utilizzerà la carriera d’attore per finanziare la realizzazione di progetti che altrimenti non sarebbero stati mai realizzati, mentre Stroheim si dedicherà solo alla recitazione abbandonando, con ferrea coerenza, ogni attività registica. Da attore ci lascia interpretazioni memorabili, come il capitano Von Rauffenstein nel capolavoro di Jean Renoir "La grande Illusione" o in "Viale del tramonto", dove Billy Wilder gli affida la parte autobiografica di marito-autista-maggiordomo di una diva del muto, Gloria Swanson, di cui è stato regista durante gli anni d’oro del cinema muto, con un mix dolorosamente malizioso di realtà e finzione.
Purtroppo non è possibile dare la giusta valutazione della sua grandezza perché le sue opere ci sono giunte incomplete, ma anche grazie ad alcuni restauri possiamo affermare che Stroheim resta una pietra miliare del cinema di cui oggi sarebbe giusto avere memoria.









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